Regia e realizzazzione scenica collettiva: Image Collective
voci: Patrizia Volpe, Jessica Leonello, Marco Cacciola, Giuseppina Turra, Alessandro Mor, Francesca Mainetti, Roberta Moneta, Caterina Consolati
performer: Davide D’Antonio, Giovanni Zani, Patrizia Volpe
sartoria: Lia Matteucci
in video: Tito Caldonazzo
Musiche originali: dadaprod
progetto video: dadaprod con la collaborazione di Iro Suraci
Progetto luci, sound engeneering: Iro Suraci
Oggetti di scena: Silvio Motta
sagome di scena: Marisa Rovetta
tecnica e foto di scena: Mario Barnabi

scheda intera

HAZE (BRUMA)
studio per uno monologo corale

Concept
E’ una performance visionaria dove il racconto si sviluppa in un fluire sincopato attraverso atmosfere conturbanti e sospese. Come il ritmo cardiaco, la storia martella velocemente immagini che testimoniano banali avvenimenti di sottile violenza quotidiana, le cui coordinate sono sfortunatamente sempre note: una vittima sacrificale, un carnefice, una donna indifesa. Il testo esplode come eruzione violenta dal contunuum sonoro, dal buio pesto che silenzia le quotidiane angherie: sono frasi scritte, proiettate, registrate. Eppure dalla banalità di questo male -che tocca tantissimi per non toccare nessuno- qualcosa si distacca dal binario del già-noto, già-visto. Irrompe un’unicità metafisica che rimette in gioco non il nostro credo in una futura vita ma il nostro modo di vivere: ci fa guardare indietro e vergognarci perchè abbiamo assistito inermi allo sfaldamento delle nostre vite. Ci si accorge che il nostro vivere scivola sempre di più nella standardizzazione, saturato da oggetti di ogni tipo, piallato da un tempo continuo senza più eccezioni ed orizzonti valoriali. Fino a che qualcosa si insinua nelle pieghe della normalità pretesa e come un piede di porco la sradica, la fa esplodere, facendo emergere quel poco di vitalità sopita che chiamiamo anima e che ha un sapore di spiritualità. Ma questa anima risvegliata è piena di rancore, richiede vendetta per il mal-vissuto e si nutre di domande dolorose:
Perchè percorre un’intera vita ed essere strappati dai nostri amori così violentemente?
Perchè la coscienza della morte non rende la vita più preziosa?
A che cosa serve una preziosità basata su angoscia e paura?
Perché tutti questi uomini e donne mentono a se stessi?

La storia
Si traspone non fedelmente un fatto di cronaca accaduto negli anni 80 in america: una donna viene condannata a 25 anni di carcere per l’uccisione del marito ma non del figlio che rimane ufficialmente disperso. Famiglia modello: classe medio alta, ottimo lavoro, casa rispettabile. Tutti conoscono il figlio della coppia assai dotato scolaro ma anche bambino molto violento e dal carattere cupo e sinistro che mette in crisi l’intera comunità con atteggiamenti involontari (ma forse volontari) di denuncia sociale. Denuncia un perbenismo dominante che soffoca ogni libertà sessuale, di pensiero, di parola. Una notte si sentono degli spari e la polizia trova il padre riverso a terra morto e il figlio sparito. Durante il processo la madre racconta che quella notte, in una delle solite liti domestiche, il figlio di otto anni spara al padre nel tentativo di difenderla per poi gettarsi dalla finestra. Invece di cadere la donna dichiara di aver visto il corpo del bambino volare come un angelo. Il corpo del bambino non è stato mai ritrovato nonostante 10 anni di ricerche. Durante il processo viene dimostrato che l’arma era impugnata dal bambino e che il proiettile è stato esploso da una posizione non compatibile a quella della madre. La donna viene, comunque, condannata a 25 anni di carcere perchè nonostante le prove non fossero schiaccianti la “logica dei fatti non può che dimostrare la sequenza degli avvenimenti in mancanza di alternative plausibili “.

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